domenica 10 gennaio 2010

Pesca della trota selvatica a mosca.

PREMESSA.

In un precedente articolo (Il Pescatore Trentino, anno 32, n.3/2009) ho parlato della pesca delle trote selvatiche con esche naturali mediante le tecniche “al tocco” e “ a saltello”, trote da ricercare nei rii o rivi e nei torrentelli di alta montagna, ma anche in alcune, sia pur rare, risorgive del piano.

Le trotelle che popolano questi corsi d’acqua possono essere insidiate efficacemente, sia pure con qualche difficoltà aggiuntiva, anche con esche artificiali.

Una tecnica particolarmente affascinante e gratificante è quella denominata “a mosca”; “fly fishing”, per dirla con gli anglosassoni, “pêche a la mouche”, per i transalpini.

La pesca a mosca si effettua con canne particolari (“canne da mosca”, appunto) ed utilizzando una lenza speciale chiamata “coda di topo”, terminante con un “finale” in monofilo a sezione conica ovvero, in alternativa, con un finale realizzato con spezzoni annodati di monofilo aventi diametro decrescente.

Si impiegano, come esca, imitazioni di insetti acquatici nelle morfologie dei diversi stadi della loro metamorfosi, ma anche imitazioni di insetti terrestri o di piccoli crostacei.

I PESCI.

La pesca a mosca nasce dall’osservazione e dallo studio del sistema di alimentazione di molti pesci. Sono di grande interesse (anche se non esclusivo) per il pescatore a mosca, i pesci appartenenti all’Ordine dei “Salmoniformi” e, tra questi, in particolare quelli appartenenti alle Famiglie dei “Salmonidi”, dei “Timallidi” e dei “Coregoni”.
La trota fario appartiene al Genere “Salmo” ed è della Specie “Salmo trutta trutta”.
Ho letto, non ricordo dove, che il nome fario, di uso comune, deriva dal tedesco “Forelle”
Della Famiglia dei Salmonidi fa parte anche il Genere “Salvelinus”.
Cito la Specie “Salvelinus alpinus” perché, evento sia pur raro, ne ho catturato qualcuno, naturalmente liberandolo con gran cura.

All’interno del progetto “Carta ittica della Provincia di Belluno” (Zanetti, Loro, Turin e Russino, 1992), uno studio accurato sull’alimentazione dei pesci ha dimostrato come la trota fario, di medio-piccola taglia, si nutra prevalentemente di insetti acquatici (circa l’ottanta per cento della dieta) ed in minor misura di piccoli crostacei, di anellidi e di insetti terrestri che possono cadere in acqua.
E’ del tutto evidente come la conoscenza degli insetti che vivono nelle acque popolate dalla nostra reginetta costituisca patrimonio fondamentale per esercitare la pesca in modo corretto e proficuo.

GLI INSETTI.

La Classe degli insetti acquatici appartiene al Tipo degli “Artropodi” e si divide in due Sottoclassi:
“Atterigoti”, sprovvisti di ali e “Pterigoti”, alati.
In ragione del tipo di metamorfosi, gli Pterigoti si suddividono a loro volta in “Olometaboli”, cioè a metamorfosi completa, ed in “Eterometaboli”, ossia a metamorfosi incompleta, di vario tipo.
Classi e Sottoclassi sono formate dall’insieme di svariati Ordini e Famiglie, alle quali appartengono migliaia di Specie.
Lo studio sistematico degli alvei, l’osservazione degli insetti durante la loro vita aerea e l’esame del contenuto dello stomaco delle fario da me catturate, in tanti anni di pesca e nei diversi periodi della stagione ittica, mi consentono di poter indicare, con relativa buona approssimazione, che la trota fario dei rii, torrentelli e risorgive si nutre prevalentemente di insetti appartenenti agli Ordini:

 dei “Tricotteri”, per quanto riguarda gli insetti a metamorfosi completa;

 degli “Efemerotteri” e dei “Plecotteri”, quali Ordini ai quali appartengono insetti a metamorfosi incompleta.

Tricotteri: la metamorfosi avviene in tre fasi: dall’uovo si sviluppa una “larva” che si trasforma in “pupa”; l’ultima mutazione trasforma la pupa emergente in insetto alato.

Efemerotteri: dall’uovo si sviluppa una larva; con la comparsa delle sacche alari la larva (o “ninfa”) sale in superficie e schiude come insetto non ancora perfetto (“subimago”); successivamente assume la forma definitiva (“imago”) ed inizia il suo volo nella fase aerea.

Plecotteri: dall’uovo si sviluppa una larva o ninfa che, nel tempo, assume diverse trasformazioni. Le larve, risalendo dal fondo sui sassi o tra la vegetazione, schiudono e si trasformano direttamente in insetto adulto.


Rispetto a questi tre importanti Ordini, mi limito qui ad indicare, nel riquadro che segue, le più significative Specie che, con maggior frequenza, vivono e schiudono negli ambienti acquatici popolati da fario selvatiche.

ARTROPODI → INSETTI → PTERIGOTI

ORDINE → FAMIGLIA → SPECIE

TRICOTTERI
Olometaboli IDROPSICHIDI 1 HYDROPSYCHE CONTUBERNALIS
FILOPOTAMIDI 2 PHILOPOTAMUS MONTANUS
FRIGANEIDI 3 PHRYGANEA GRANDIS

PLECOTTERI
Eterometaboli NEUMORIDI 4 NEMOURA CAMBRICA
PERLODIDI 5 HYDROPERLA CROSBY
PERLE GIGANTI 6 PTERONARCELLA BADIA

EFEMEROTTERI
Eterometaboli BETIDI 7 BAETIS RHODANI EFEMERIDI 8 EPHEMERA DANICA
EFFIMERE DEI RUSCELLI 9 ECDYONURUS DISPAR

Le imitazioni di queste Specie, nelle diverse fasi della loro metamorfosi, costituiscono patrimonio necessario, e quasi sempre anche sufficiente, per affrontare la maggior parte delle situazioni di pesca in montagna.

LE MOSCHE.

Da quanto sopra indicato, una buona dotazione di mosche artificiali può quindi essere costituita da ventuno esemplari:
 tre (larva, pupa, insetto alato) per ciascuna specie di Tricottero, pari ad un parziale di nove artificiali;
 due (ninfa ed imago) per ciascuna specie di Plecottero ed Efemerottero, pari ad un ulteriore parziale di dodici esemplari, per un totale complessivo di ventuno.

Personalmente ritengo che anche con quattordici o sette esemplari si possa affrontare in tutta tranquillità una battuta di pesca.

Credo, peraltro, molto importante avere la disponibilità di più pezzi dello stesso esemplare.
Capita frequentemente infatti, di perdere la mosca (magari proprio quella che sta catturando!) perché ci si impiglia nella vegetazione, tra i massi o per semplice rottura del terminale: è bene quindi poterla replicare disponendo di copie.

In genere si usano terminali φ = 0,14 o φ = 0,12 del tipo “fluorocarbon”: la prerogativa di essere poco visibili in acqua, e quindi adattissimi, ha però come contropartita una certa rigidità del monofilo che risente molto delle sollecitazioni a torsione, sfibrandosi.

Prima di sentire “schioccare” la coda durante il lancio, segno della perdita della mosca, è importante controllare ed eventualmente rinnovare il nodo, eliminando gli ultimi centimetri del terminale.

Nei negozi specializzati si possono trovare tutti gli artificiali di mosche desiderati, di buona qualità.
Io preferisco costruirmeli.
Gli amici del “Fly Club Padova” mi dicono, con molta cordialità, che le mie mosche sono rozze ed ingenue: però riconoscono, per avermi visto in pesca o per averle provate, che sono efficaci e catturanti.

Penso che una mosca debba essere costruita cogliendo l’essenza della larva, della pupa, della ninfa
o dell’insetto alato che si vuole imitare.

Una trota che vive in una buca, ai margini di un raschio o di una correntina, dietro un masso o sotto una cascatella, in un ambiente di competizione e di scarsità di cibo, non ha certo il “tempo” di “contare” se il possibile cibo ha tre, quattro o sette paia di zampe; se ha una o due coppie di ali; se il corpo ha due o tre regioni; se il torace è formato da due o tre segmenti; se l’addome ha undici segmenti…se i cerci sono due o tre e se hanno funzione difensiva o tattile…!

Il pescatore – costruttore delle proprie mosche deve cogliere l’essenza di ciò che sta imitando, rispettando: la taglia, le proporzioni d’insieme, la struttura, la silhouette ed i colori dell’insetto vero. Così facendo si costruiranno mosche semplici ed efficaci.

Di fondamentale importanza è la presentazione: una ninfa deve stare sul fondo, una emergente a mezza acqua o sotto il pelo dell’acqua, un insetto deve galleggiare, senza dragare, soprattutto se è morto (ad ali aperte).
In altre parole si può dire che l’aspetto vincente è di poter offrire al pesce un potenziale nutrimento riconoscibile, il cui apporto calorico sia superiore o almeno pari al dispendio energetico necessario per procurarselo.

LA CANNA.

Per questo tipo di pesca, in questi ambienti, sono da preferire canne ad azione semi – parabolica, perché danno un buon equilibrio tra rapidità e morbidezza nella ferrata.

In generale servono canne corte, da 6 a 7 piedi.
Per le situazioni particolari, non avendola trovata in commercio, mi sono fatto costruire una 5 piedi per coda n.2, esagonale in bamboo; è una canna di grande qualità che mi consente, nei piccoli rivi, lanci relativamente corti, ma precisissimi e che non teme catture, anche di buona taglia, sia pur ferrate in corrente.

Più spesso uso una 6 piedi per coda n.3, in carbonio, molto valida per tante situazioni di pesca.
Paradossalmente, in condizioni estreme, quando proprio non è possibile nessuna manovra, può essere utile una 10 piedi con la quale effettuare il cosiddetto lancio “a balestra”.

L’ideale sarebbe una canna telescopica – teleregolabile, anche per il ridotto ingombro e la facilità di smontaggio senza dover effettuare il recupero totale della coda.
Ho la fortuna di possederne una, ma presenta l’inconveniente di essere stata progettata in modo da prevedere, per ogni lunghezza possibile con la teleregolazione, una coda di diverso numero.

Non è proprio il caso di portarsi nello zaino tre mulinelli o tre bobine di ricambio: conviene accettare un compromesso e montare una coda intermedia. In ogni caso, va tenuto conto che la versatilità spesso non va d’accordo con la qualità.
 

IL MULINELLO.

Qualsiasi mulinello a bobina larga va bene, purché costi poco e sia leggero: purtroppo i due requisiti non sono sempre compatibili.
Potendo sopportare una certa spesa, indubbi vantaggi e comodità si possono avere con l’impiego di un mulinello semi – automatico. Il riavvolgimento della coda è molto rapido; inoltre, in caso di cattura, si può riavvolgere la coda “a terra” senza utilizzare la mano che non impugna la canna.

LA CODA DI TOPO.

Preferisco code color grigio sabbia, galleggianti e a doppio fuso.
Non serve la grande qualità della coda perché l’inevitabile continuo sfregamento su massi e ghiaie la rovina facilmente.

Se si ha la costanza di pulirla sistematicamente, dopo ogni uscita, e di applicare l’apposito silicone, prima di ogni uscita, dura molto più a lungo.

Personalmente, seguendo il consiglio di Witold Ziemacki (Come pescare meglio con la mosca artificiale, Editoriale Olimpia, 1986): taglio la coda a metà e ne carico sul mulinello soltanto mezza, più che sufficiente per i lanci che si possono fare. Si ottengono due vantaggi: il mulinello risulta più leggero, fatto non trascurabile nel bilancio delle forze, delle masse e delle accelerazioni in gioco nella dinamica del lancio, e si garantisce una migliore conservazione della metà non utilizzata custodendola in casa avvolta a larghe spire.

IL FINALE.

Libri e riviste forniscono molti consigli sul modo di scegliere un finale conico, ma anche molte “ricette” e “formule” per costruire quelli a nodi.

Io ho scelto di costruirmeli ed invito a farlo per la soddisfazione che se ne può ricavare.

Inizialmente si può sbagliare, ma, con pazienza e spirito di osservazione, nel tempo si impara a trovare il giusto equilibrio tra la parte di potenza ed il tratto conico, in modo da predisporre i nostri finali in forma soddisfacente per ogni situazione di pesca.

Se possibile, cerco di confezionare i miei finali in modo che risultino un po’ più corti della canna su cui vanno impiegati.

Così facendo si può agganciare la mosca all’apposito anellino evitando che la calzetta di congiunzione coda - finale, o il connettore, rientrino nei passanti. In questo modo si ottiene anche una maggiore comodità negli spostamenti.

Per una 5 piedi, da impiegare in un piccolo rio infrascato, un finale, a titolo indicativo, può essere così strutturato:

Lunghezza cm 30 20 20 15 15 35 Tot. cm 135
Coda di topo < F I N A L E > Mosca
Diametro φ, mm 0,35 0,30 0,25 0,20 0,18 0,16 * * o 0,14


IL LANCIO.

Le difficili caratteristiche ambientali delle zone in cui ci troviamo a pescare, comportano necessariamente la capacità di effettuare lanci diritti, ricurvi, angolati, sotto vetta e lanci rullati.

A volte torna utile o addirittura indispensabile il lancio a balestra; altre volte… bisogna inventare.

La cosa più importante è imparare ed abituarsi a fare pochi, pochissimi falsi lanci (per non disturbare le trote e per ridurre la possibilità di impigliarsi) e di effettuare una posa morbida della mosca e della coda.
LE TECNICHE.

Le tecniche di pesca sono sostanzialmente tre, come già anticipato: a ninfa, a mosca sommersa o emergente ed a secca.
Altre tecniche sono patrimonio di ciascun pescatore come, ad esempio, il dragaggio voluto della mosca secca (ad imitare la fase di deposizione delle uova da parte di un insetto femmina) o il recupero della ninfa a piccoli strappi (ad imitare la risalita dal fondo) o l’imprimere piccole vibrazioni ad una emergente (ad imitare l’abbandono dell’esuvia).

In genere, anche con la ninfa, si pesca a vista, data la trasparenza dell’acqua.
Se si vede arrivare una piccola trota sotto misura, è cosa buona fare in modo che non abbocchi, a costo di creare un disturbo sul tratto d’acqua interessato.

Con l’acqua mossa ed in corrente (la ninfa e la sommersa non sono visibili) si pesca con la coda in “tensione”. Capita spesso di catturare piccole trote sotto misura.
La cosa migliore è usare sempre mosche montate su ami senza ardiglione, o con ardiglione schiacciato, e slamare il pesce lasciandolo, ove possibile, sempre e completamente immerso in acqua.
Con questi due accorgimenti la sopravvivenza delle trote rilasciate è molto elevata.

Sarebbe bene, inoltre, non cedere alla tentazione di fotografare le catture prima del rilascio. Se proprio non se ne può fare a meno, si possono fotografare anche se sono in acqua: è sufficiente l’accorgimento di applicare davanti all’obiettivo un filtro polarizzatore per ottenere risultati soddisfacenti.
Le persone affette da patologie respiratorie sanno bene che cosa significhi mancanza di ossigeno…
Certi filmati, in cui si vedono pescatori che per decine di secondi mostrano agli obiettivi della camera da presa le loro catture e che poi si preoccupano di “rianimare” i pesci, mi lasciano profondamente perplesso, sicuramente amareggiato.
Se non è proprio necessario, è cosa buona evitare anche di entrare in acqua. I nostri piedi possono distruggere uova e larve di insetti ma anche, specialmente al disgelo, uova di trota ed avannotti.

E’ importante ricordare che stiamo pescando in luoghi in cui l’ecosistema è spesso in fragile e delicato equilibrio ed è quindi opportuno limitare tutti gli elementi di disturbo.

LE STRATEGIE.

Le strategie di pesca non possono essere stabilite a priori. Esse sono determinate dalle caratteristiche dei luoghi, dal tipo di vegetazione, dalla pendenza delle scarpate, dalla particolarità delle sponde e dai possibili accessi all’acqua; per lo stesso luogo, le strategie dipendono dalla stagione, dalla eventuale presenza di neve, dalla qualità dell’acqua, dalla temperatura e dalla situazione meteo.

In generale preferisco la pesca a discendere in modo da far arrivare la mosca prima della coda; se non è possibile cerco di posare il finale ricurvo, in modo da ottenere lo stesso risultato.
Se troviamo una bella buca che può ospitare anche più esemplari, è utile aggredirla da valle, sempre con lancio ricurvo, ed iniziare la posa della mosca dal fine buca e successivamente pescare a metà e, da ultimo, in testa.

Non è raro il caso, se si è ben operato, di catturare più esemplari nella stessa buca.

La scelta della tecnica e della mosca vanno fatte osservando e ragionando: non bisogna aver fretta di cominciare a pescare.

Capire se vi è una schiusa in atto, osservare se il pesce bolla, se sta sul fondo o a mezza acqua; individuare gli insetti che volano in prossimità o quelli trasportati in superficie, significa avere il patrimonio di conoscenze utile per le scelte vincenti.

Resta sempre importantissima la necessità di non fare rumore, di non produrre vibrazioni, di non proiettare ombre e di rimanere il più possibile nascosti.

CONCLUSIONI.

La pesca a mosca è uno dei modi più stilisticamente raffinati e tecnicamente sofisticati per soddisfare la nostra passione di pesca. Ora possiamo solo aspettare l’apertura, ma aspettando possiamo fare tante cose:
 pulire le canne, ripassare con vernice appropriata le legature e dare un po’ di cera vergine alle impugnature in sughero;
 pulire i mulinelli e lubrificarli;
 svolgere, pulire e siliconare le code di topo;
 costruire le mosche nelle quali riponiamo la nostra fiducia ed integrare quelle perdute;
 predisporre finali di diversa misura, potenza e conicità tenendo presenti gli inconvenienti riscontrati nella precedente stagione….

Ma possiamo anche sognare ad occhi aperti e rivedere e sentire:
le sfumature del verde di faggi, abeti e larici;
il bianco, il rosso il viola e l’azzurro dei fiori di ripa;
le tinte ed il profumo dei funghi;
il sapore di qualche fragola, mirtillo o lampone;
il verso e il canto di mammiferi ed uccelli,
i suoni dell’acqua in corrente, nel mulinello o in cascata.

Possiamo ricordare quante volte, sentendo un tuono, ci siamo preoccupati senza riuscire a capire le condizioni del tempo per poter vedere soltanto fazzoletti di cielo tra i pini…
Possiamo inventare una schiusa, immaginare la bollata di una trota e catturarla con una mosca da noi costruita e poi scelta, legata ad un finale pensato e realizzato da noi…che cosa c’è di più ?

Lord Grey of Fallodon (Fly fishing, nella traduzione di L. de Boisset, Pêche a la mouche, Librairie des Champs-élysées,1947) scriveva :

“Il serait délicieux d’écrire sur ses plaisirs si l’on pouvait par ce moyen les faire partager aux autres”. “Malheureusement, rien n’est plus difficile…”

Se Lord Grey aveva la preoccupazione di non riuscire a fare partecipi i lettori delle sue emozioni, figuriamoci che cosa posso sperare io!
Ma ho voluto provarci lo stesso.

Domenico Feriani, Padova, dicembre 2009.

sabato 2 gennaio 2010

Polpettine di trota fario selvatica.

 Nella raccolta “Soltanto per ricordare"
dal libro: A pesca di trote selvatiche (2010)
di Domenico Feriani.

La trota fario selvatica...o andate a pescarla, o trovate un amico che la sa pescare e ve la regala, oppure...rinunciate alle polpettine!
Preparo le polpettine secondo una ricetta che mi ha descritto un pescatore trentino incontrato durante una battuta di pesca.
  • Dopo aver pulito le trote, si lessano in acqua e sale con l'aggiunta di aromi; consiglio qualche bacca di ginepro ed alcune foglioline di timo;
  • cucinato il pesce, lo si pulisce perfettamente togliendo la testa, la pelle, la lisca e le spine più grosse;
  • si sminuzza la polpa di trota in pezzetti molto piccoli togliendo, con l'ausilio di una pinzetta, tutte le altre piccole spine;
  • a parte si lessano delle patate da gnocchi e si passano poi al passaverdura, in quantità più o meno pari alla polpa di trota;
  • si unisce la trota alle patate, impastando bene e legando il tutto con un uovo;
  • a questo punto si possono aggiungere gli aromi preferiti: formaggio grattugiato, oppure buccia di limone finemente tritata, oppure noce moscata od altro ancora, secondo la fantasia ed i gusti personali;
  • l'impasto si può suddividere in più parti e poter così diversificare i sapori aggiuntivi;
  • si confezionano quindi le polpettine, eventualmente di misura o forma diversa per distinguere i diversi sapori;
  • si passano le polpettine sul pan grattato e si friggono in olio extravergine di oliva.

Servire a caldo con un buon calice di rosatello: è un antipasto di sicuro successo.

Domenico, 3 gennaio 2010.

martedì 29 dicembre 2009

Aspettando l'apertura della stagione venatoria: filastrocca d'agosto

Tordo e tordina,
vi sogno ogni mattina;

fista e ballerina,
l'apertura è ormai vicina;

cara beccaccia,
ti darò la caccia;

merli e fringuelli,
finirete sui fornelli.

Domenico, 29 dicembre 2009

Aspettando l'apertura della stagione ittica: filastrocca di febbraio.

Trota, trotona,
ti sogno già in poltrona;

trotona, trotina,
l'apertura si avvicina;

trotina, trotaccia,
ti darò la caccia;

trotaccia, trotella,
finirai in padella.

Domenico, 29 dicembre 2009

giovedì 24 dicembre 2009

Preghiera del Cacciatore e del Pescatore

Nella raccolta “Soltanto per ricordare"
dal libro: A pesca di trote selvatiche (2010)
di Domenico Feriani.

In un numero della rivista "Il cacciatore italiano" di qualche anno fa, è stata pubblicata la fotografia di un dipinto dal titolo "La Madonna del beccaccino". In questi miei ricordi, fino ad ora, ho scritto soltanto di pesca: ma la seconda grande passione, che riempie le mie giornate di pensionato, è la caccia, che pratico in forma vagante, sia della selvaggina stanziale, sia della migratoria.

Ho ritagliato la fotografia che, inserita in una semplice cornice trasparente, tengo sul tavolo da lavoro del mio studio.

La Madonna del beccaccino è una tela di metri 2,20 per metri 1,80, che il pittore Annibale Ceruti ha dipinto nella prima metà del secolo scorso.

Gli era stata commissionata dal parroco di Santa Fè in Argentina, ma, per motivi politici, l'opera non potè mai varcare l'oceano.

La tela fu allora acquistata dal "Club del Beccaccino".

Fu presentata al parco di Monza in occasione dell'annuale festa del cacciatore e poi trasferita nella chiesa di Casoni Borroni, località di Casei Gerola, retta da Don Rino Dossena, cinofilo, scrittore e beccaccinista: anche ora è meta di visite da parte di fedeli, soprattutto di cacciatori beccaccinisti.

A me il dipinto piace molto.

Cercando di saperne di più, sia sul dipinto, sia sul club, ho trovato in Internet la "Preghiera del cacciatore" e ne sono rimasto entusiasta, profondamente colpito, ritrovando miei sentimenti e stati d'animo.

Mi mancava però una "Preghiera del pescatore"!

Partendo allora dalla preghiera del cacciatore, ho pensato di scriverne una nuova versione che potesse accumunare cacciatori e pescatori:

Ti lodiamo,

Signore, perchè dai vita all'acqua, ai boschi, ai fiori, agli animali,

alle pianure, alle montagne e al sole che illumina.

E Ti lodiamo perchè ci doni di giungere alle nevi bianche ed alle paludi,

di camminare nelle pinure e di salire le colline

e perchè ci fai continuamente comprendere la bellezza della Tua creazione.

Ti lodiamo Signore, perchè ci concedi di vedere caprioli e camosci sui monti,,

l'aquila ed il falco nel cielo,

le pernici ed i fagiani, le lepri ed i beccaccini;

perchè ci concedi di vedere nelle acque cristalline

i lavarelli, le trote, i temoli ed i salmerini

e quante altre creature sono nel mondo a Tua gloria.

Perdonaci, Signore,

se qualche volta le sacrifichiamo alla nostra passione

per arricchire la nostra tavola,

ma la loro esistenza ci fa capire la Tua generosità,

ci dispone al rispetto dei Tuoi beni ed alla riflessione.

Sii lodato, Signore,

per la pace che ci donano montagne, pianure, boschi, canneti;

per la serenità che ci donano laghi, torrenti, rii, ruscelli e fiumi

e per i pensieri che ci suscitano:

scrutando la natura

ed ascoltandone la voce

impariamo a ritrovarTi

nel profondo del nostro spirito.

E se un giorno

Tu volessi farci restare tra loro,

accogli, nella Tua infinita misericordia,

la nostra anima di peccatori,

ma a Te più vicina.







martedì 22 dicembre 2009

Pesca della trota selvatica con le tecniche denominate "al tocco" e "a saltello".

Pesca della trota selvatica con le tecniche denominate “al tocco” e “a saltello”.

Con l’espressione “pesca al tocco” e “pesca a saltello” intendo la pesca effettuata senza l’uso di galleggiante e con l’impiego di esche naturali.

Il “tocco” è l’effetto dell’abboccata della trota, quando il pesce prende in bocca l’esca;
un tocco iniziale che si trasmette, attraverso la lenza, alla punta della canna e viene percepito dal sistema braccio-mano del pescatore.
Al primo tocco ne seguono altri che fanno capire al pescatore come la trota sta mangiando e con quale strategia di comportamento.

Il “saltello” è l’azione svolta dal pescatore, che fa saltellare l’esca sulla superficie dell’acqua, imitando il comportamento di un insetto terrestre incidentalmente caduto in acqua o di un insetto acquatico che sta per abbandonare la superficie dell’acqua o che vi è ricaduto dopo un periodo, in genere breve, di vita aerea.

Le esche naturali che prendo in considerazione sono il lombrico e la camola del miele per la pesca “al tocco”, la cavalletta per la pesca “a saltello”; si consideri, peraltro, che anche altre esche naturali possono essere proficuamente impiegate.

In relazione alla profondità che si vuol far raggiungere all’esca, si può appesantire il finale usando piccole palline di piombo di peso appropriato (pochi grammi o addirittura frazioni di grammo).

E’ molto importante applicare, tra la lenza madre ed il finale di lenza, una girella di buona qualità.
Infatti, la tecnica di pesca che intendo suggerire, pescando con il lombrico o con le camole, comporta anche una rotazione dell’amo innescato (e quindi del monofilo) ed una conseguente sollecitazione a torsione del finale che può perdere, anche in breve tempo, alcune delle sue caratteristiche meccaniche.
Si verifica, in generale, un degrado delle prestazioni, quali la riduzione del carico di rottura a trazione e la riduzione della resistenza al taglio in corrispondenza dei nodi.

L’uso della girella (anche del tipo doppio, nel caso di acque veloci) riduce di molto gli effetti negativi indicati sopra.

Sconsiglio l’uso di girella con moschettone perché più facilmente può raccogliere foglioline, rametti o alghe e, soprattutto, perché si impiglia più facilmente tra i sassi o tra la vegetazione sommersa.

Usando, invece, per esca la cavalletta, come meglio vedremo parlando della specifica tecnica di pesca “a saltello”, in generale non serve la girella e, tanto meno, il piombo, perché si pesca, come detto, sulla superficie dell’acqua.

I luoghi di pesca che io frequento sono naturalmente quelli che possono ospitare trote selvatiche: sono acque nelle quali, di norma, non vengono effettuati ripopolamenti, ovvero acque nelle quali vengono effettuate semine controllate di novellame selezionato e dello stesso ceppo di quello autoctono.

Si tratta di piccoli rii di alta montagna, torrenti di media montagna, ma anche di ruscelli a quote ridotte di altitudine o di risorgive del piano.

Queste ultime, di solito, sono situate in zone poco frequentate perché non conosciute dalla maggior parte dei pescatori, ovvero, ancorché conosciute, perché scomode da raggiungere in quanto lontane da possibili posti di parcheggio o di difficile praticabilità per essere molto infrascate.

Per questo tipo di pesca, la maggiore difficoltà sta nel conoscere i posti!
Se qualcuno non vi accompagna o, quantomeno, non ve li indica, dovete fare tutto da soli, investendo molte uscite allo scopo di ricercarli.

Io mi sono trovato nella situazione peggiore, ma, con impegno, pazienza, studio delle carte topografiche e, bisogna dirlo, con un po’ di fortuna, in qualche anno ho raggiunto lo scopo.

Trovato il corso d’acqua bisogna verificare se è popolato.
Qualche volta si riesce a vedere le trote in caccia nelle buche; altre volte si vedono bollare.

Quando a vista non si scorge niente, ricorro ad un piccolo accorgimento.
Porto con me sempre un contenitore adatto, di mia costruzione; quello che uso me lo sono costruito nel lontano 1952, da ragazzo.
Catturo qualche cavalletta, bruco o qualsiasi altro insetto in loco e li faccio cadere in acqua: se la trota c’è, se non si è fatto rumore e se siamo rimasti ben nascosti, prima o dopo si vede la bollata.

Nella ricerca dei luoghi, dalla mia ho avuto la condivisione e partecipazione di mia moglie che, pur non esercitando la pesca, mi accompagna e cammina volentieri divertendosi.
Con lei, armati di zaino, bastone, cordini, carta topografica e bussola abbiamo fatte tante escursioni per boschi, vallette e campagne, fuori dai noti itinerari escursionistici ed il nostro cercare ha dato buoni frutti.

Ora ho un patrimonio di conoscenza (che custodisco gelosamente) di alcuni piccoli corsi d’acqua, tra 1.000 e 1.600 metri di altitudine, parte in Trentino, parte in Veneto, lungo i quali, in cinque anni di attività alieutica, ho incontrato soltanto quattro pescatori complessivamente.
Analogamente abbiamo esplorato le campagne di pianura nella parte nord della provincia di Padova, individuando alcune buone acque da trota selvatica.

Per poter pescare in Trentino, senza dover ricorrere allo scomodissimo “permesso d’ospite”, ho dovuto, obbligatoriamente, partecipare ad un corso di formazione di un giorno, fare e superare un test di verifica di apprendimento, richiedere alla Provincia il “Certificato di abilitazione alla pesca”, ed, infine, ottenere la “Tessera di pesca” iscrivendomi ad una Associazione di pescatori scegliendo quella che ha in concessione i corsi d’acqua di mio interesse.

La pesca al tocco e a saltello sono abbastanza impegnative per più ragioni:

 Capita spesso, dopo aver parcheggiato, di dover camminare, anche per più di un’ora per raggiungere il luogo di pesca,

 A volte, per poter passare da una buchetta alla successiva, può essere necessario perdere anche venti minuti per risalire le strette vallette e ridiscendere: questo avviene ogniqualvolta una cascata, anche piccola, chiude completamente la valle,

 Una agevolazione nel seguire il rio si ha usando gli stivaloni; ma se l’avvicinamento al luogo di pesca comporta la camminata di un’ora è veramente disagevole farla con gli stivaloni indossati o portandoli nello zaino,

 Spesso e volentieri cambia il tempo, specialmente in montagna: bisogna quindi essere attrezzati come un alpinista,

 Alcune buche sono raggiungibili soltanto con l’ausilio di un cordino; bisogna quindi attrezzare il percorso in modo da poter risalire senza correre rischi,

 Nei primi mesi, dopo l’apertura, può fare veramente freddo, specialmente se vi è ancora un po’ di neve: bisogna quindi essere attrezzati ed allenati.
Tutti questi disagi sono ampiamente ricompensati dalla qualità delle trote, tutte e soltanto fario. (cfr. Nota 1).

In genere si tratta di trotelle di piccola taglia, tra i venti ed i trenta centimetri di lunghezza, ma di una bellezza unica per struttura e colori.
La tipica punteggiatura può essere rosso fuoco o arancio carico; il ventre di solito è dorato, mentre la schiena ha delle striature sul verde scuro.

Ogni tanto, in montagna, capita di prendere un salmerino, ma è un evento raro; più frequentemente capita, in pianura, di catturare qualche interessante esemplare di ibrido fario - mormorata.

Le trote sono molto aggressive, data la scarsità di cibo, ma, al contempo, timide e sospettose. Vibrazioni, rumori ed ombre proiettate sull’acqua le fanno fuggire in tana dove possono rimanere anche per ore.

La trasparenza dell’acqua, in alcuni casi, consente di vederle…. ma anche di essere visti.

Altri motivi di gratificazione derivano dal silenzio, dalla mancanza di tracce umane (qui non si trovano le scatole verdi o arancio in cui sono contenuti lombrichi e camole del miele abbandonate, non da pescatori veri, ma da “gente che va a pescare”!), dalla bellezza ed integrità del paesaggio e da possibili incontri con lepri, caprioli, camosci, urogalli e fagiani di monte….

Non meno bella è la campagna, per chi la sa capire: siepi, fossi, campi di grano, di mais, soia…. vigneti e frutteti….voli di anitre…

In montagna, mi è capitato, al disgelo, di ammirare una volpe che stava catturando le trotelle inesperte morte durante l’inverno perché imprigionate dal ghiaccio.

Un aspetto molto importante, come detto, è quello di non farsi sentire, di non farsi vedere e di non proiettare ombre anomale sulla superficie dell’acqua.

L’ombra di un ramo, anche mosso dal vento, non disturba la trota; quell’ombra la trota la conosce da qualche anno, da quando vive in quella buca dove l’ombra si proietta.

L’ombra di una persona o semplicemente della canna la fa fuggire… se non ci credete, provate!
Bisogna fare attenzione nel muovesi camminando.
Un passo pesante, specialmente su terreno duro, trasmette all’acqua, attraverso il suolo, delle vibrazioni che la trota, attraverso la linea laterale, percepisce ed interpreta come pericolo.

Altro fatto molto importante è quello di far arrivare l’esca, nella zona di caccia della trota, nel modo più naturale, come cioè se fosse trasportata dall’acqua secondo il percorso che la corrente le farebbe naturalmente fare.

E’ molto improbabile che un lombrico cada dal cielo nel bel mezzo di una buca; è più verosimile che scenda, portato dalla corrente, spostandosi ad una certa profondità iniziale e poi continui a scendere radendo il fondo e possa magari, successivamente, rialzarsi per effetto di una correntina o di un giro d’acqua, per poi ridiscendere…e così via…
E’ verosimile, invece, che in acqua si posi un insetto acquatico o cada un insetto terrestre

Rispetto alla montagna, in pianura le difficoltà ambientali sono di molto ridotte.

Di solito però vi è una maggiore portata, larghezza e profondità del corso d’acqua, sempre di ridotte proporzioni rispetto al grande fiume del piano.

E’ più difficile, quindi, individuare i punti di transito e di stazionamento del pesce, salvo quando non stia bollando per effetto di una schiusa di larve di insetti acquatici in atto o per effetto della caduta di insetti dalla vegetazione riparia. (cfr. Nota 2).

Per poter offrire l’esca secondo la logica sopra descritta, preferisco pescare a discendere e non a risalire come normalmente fa la maggior parte dei pescatori.
Ciò mi consente di meglio manovrare la canna in modo da far arrivare l’esca al pesce senza lanciarla, ma facendola trasportare dalla corrente.

Si può obiettare che in questo modo è più facile essere visti: Io credo che si possa imparare a muoversi senza che ciò accada.
Inoltre, mi organizzo in modo da “pescare” il più lontano possibile dal punto in cui appoggio i piedi.
Ed ancora, pescando a scendere, si evita di far passare il filo sul muso o sulla schiena del pesce!

Nella pesca al tocco uso un finale di buona qualità, trasparente e sottile, senza esagerare. Faccio in modo che la resistenza, o carico di rottura, del finale sia leggermente inferiore a quella della lenza base, o corpo di lenza. In questo modo, quando ci si impiglia, si perde soltanto il finale.

Tratti finali del diametro dello 0,14, 0,16 o anche, in alcune occasioni, dello 0,18 vanno bene; più sottili non aiutano, più grossi sono inutili.

Non vi sono particolari esigenze per la canna, che deve essere soprattutto leggera per non affaticare, di ingombro ridotto, da chiusa, per facilitarne il trasporto negli spostamenti e di lunghezza appropriata in ragione del corso d’acqua in cui si sceglie di pescare.

Rinunciando alla mia preferenza, in generale, per le canne a sezioni staccate, per questo tipo di pesca privilegio le canne telescopiche per ragioni di comodità nel trasporto e nello smontaggio che può essere necessario anche molte volte, durante la battuta di pesca, per liberare le mani quando è in gioco la propria sicurezza.

E’ consigliabile l’uso di uno zaino appropriato, idoneo a riporvi la canna. Ve ne sono di ottimi in commercio muniti di portacanna predisposto allo scopo.

Personalmente ho risolto il problema della canna facendomi personalizzare una telescopica teleregolabile che mi consente praticamente qualsiasi misura compresa tra due metri e mezzo e quattro metri e venti centimetri; ad essa applico un piccolo mulinello a bobina fissa del tipo carenato che mi evita grovigli e “parrucche” del monofilo: il mulinello non ha una funzione molto importante e rappresenta, essenzialmente, una riserva di filo.

Questi tipi di mulinello, almeno quelli che conosco, non sono di gran qualità, ma servono allo scopo.
In pianura uso, invece, canna e mulinello più robusti e di maggior pregio perché è più facile imbattersi in una fario (o ibrido) di buona taglia, anche superiore al chilogrammo di peso: quando prevedo questa possibilità porto nello zaino un piccolo guadino.

Gli ami: dopo tante esperienze, prove e sperimentazioni ho scelto di usare ami del numero 8; di colore rosso se pesco con il lombrico, chiari se innesco le camole del miele, color bronzo se impiego le cavallette.

Preferisco quelli leggermente renversé perché più efficaci nella ferrata.

Pescando con la cavalletta uso ami diritti a gambo corto perchè così spariscono completamente nell’addome dell’insetto rispettandone la conformazione.

Il corpo di lenza deve essere adeguato al finale. Le migliori combinazioni sono, rispettivamente: φ 0,20 con φ 0,18; φ 0,18 con φ 0,16; φ 0,16 con φ 0,14.

Faccio i nodi con molta cura e spesso li ricopro di vernice protettiva.
Gli ami li lego con un nodo in modo che l’eccedenza del filo reciso rimanga verso l’alto.
In questo modo è facilitato il posizionamento dell’esca fin sopra il nodo e si ottiene anche un piccolo sostegno dell’esca stessa, che meno facilmente scivola verso la curvatura dell’amo scoprendo il nodo.

Per la piombatura, quando è indispensabile, uso palline di diverso peso, dimensione e colore in ragione della corrente, del fondale, del colore dell’acqua e del contesto generale.

Stabilito il peso, l’ideale sarebbe frazionarlo usando più palline spaccate di diametro, e quindi di peso, decrescente in modo da distribuirlo lungo la lenza.
Ciò però comporta maggiori probabilità di impigliarsi tra le erbe o tra i sassi, pertanto cerco dei compromessi, frazionando, ma non troppo.

Se possibile non uso piombo. La girella mi consente, nella maggior parte dei casi, il necessario affondamento ed anche il peso sufficiente per qualche piccolo, raro, lancio che si può rendere necessario.

Dall’apertura, o meglio dal disgelo (cioè da quando il rio o torrente diventa, sia pur al limite, praticabile), con acque, quindi, leggermente tinte, preferisco usare il lombrico;
in primavera avanzata uso le camole del miele, mentre nei mesi di agosto e settembre uso la cavalletta.
La scelta, con qualche piccola differenza sui tempi, vale sia per la montagna, sia per la pianura.

Il lombrico va innescato in modo da coprire il nodo ed un pezzetto del finale. La punta dell’amo esce a non più di un centimetro dalla coda del verme, altrimenti può succedere che la trota si mangi la coda senza “abboccare”.

Analogamente con l’uso della camola. Ne innesco due: la prima copre un trattino di finale, il nodo ed il gambo dell’amo fino alla curvatura, la seconda non la lascio penzoloni, ma la punto trapassando prima la testa e poi la coda in modo da formare un anello. E’ un sistema molto efficace e catturante.

Pescando a scendere, come preferisco, è opportuno fermarsi alcuni metri a monte rispetto al punto in cui si vuole far pervenire l’esca, laddove si ritiene che vi sia la trota in attesa di cibo.

Analizzata la corrente, si posa l’esca in modo che, anche con opportune manovre della canna, essa possa raggiungere il punto prescelto.
In prossimità di detto punto, si imprimono all’esca delle piccole vibrazioni recuperando qualche centimetro e poi rilasciando.
Con recuperi più corti dei rilasci, l’esca si avvicina lentamente al punto giusto e con un movimento roto-traslatorio che ben imita la condizione di esca viva.

Se si oltrepassa il punto senza avvertire il tocco, si procede alla rovescia recuperando filo più di quanto se ne cede. E così per un paio di passate.

Se non succede niente, il più delle volte continuare ad insistere è tempo perso. Se siamo però convinti che ci sia la trota, conviene aspettare qualche minuto prima di riprovare.

Se mi è possibile, pesco molto a valle, anche cinque o sei metri: la distanza mi garantisce di non essere visto, di non proiettare ombre, di non trasmettere vibrazioni sospette e di far affondare l’esca alla profondità voluta.

Impugno la canna con la mano destra passando il piede del mulinello tra il dito medio e l’anulare; con l’indice trattengo il filo per la ferrata; la frizione è morbida per sfilare lenza facilmente con la mano sinistra, per far scendere l’esca con la stessa, o quasi, velocità della corrente.

In ogni caso, nella mano sinistra, tengo una riserva di filo pari a trenta o quaranta centimetri, in modo da allentare la tensione, in caso di abboccata, al primo tocco percepito.

Dopo il tocco, sollevo delicatamente la punta della canna e metto il filo in leggerissima tensione controllando i tocchi successivi attraverso il filo trattenuto con la mano sinistra, tra pollice ed indice.
In ragione di come la trota sta mangiando, la ferrata può avvenire entro un tempo variabile tra quattro ed otto secondi.
Se il filo se ne va deciso verso il sottoriva o verso un masso, ferrare immediatamente: la trota ha l’esca in bocca ed ha deciso di alimentarsi in tana.

Dopo la ferrata, la trota va salpata rapidamente e subito uccisa con un annoccatore.
Ne ho costruito uno, corto, di sambuco, che è leggero, sfruttando un nodo adeguato presente sul tratto di ramo prescelto. Così facendo si evita che lo stress e la morte per asfissia compromettano il delicato sapore delle carni.
Avvolgo la cattura in uno straccetto bianco appena umido e la ripongo in un cestino di vimini a maglie larghe; il trasporto in macchina lo faccio usando la borsa termica.

La pesca con la cavalletta va fatta in superficie.
Si innesca senza trapassare il capo dell’insetto puntando l’amo sotto di esso, facendolo scivolare all’interno e facendolo uscire soltanto fino all’ardiglione.
Appena innescata, la cavalletta muove le zampette creando delle piccole onde circolari che diventano un richiamo quasi irresistibile per la trota.

Se l’insetto non ha vitalità propria, si fa artificialmente saltellare, senza estrarlo, sulla superficie dell’acqua in modo da creare i cerchietti d’onda..

Se la trota c’è e decide, parte da sotto o da un lato ed abbocca con decisione,… da predatore.
Si pesca a vista; bisogna attendere una frazione di secondo ed aspettare che la trota viri per affondare o rientrare in tana: in quel momento si ferra e si salpa.

La posizione ideale è pescare dall’alto sulla verticale.
Non potendo assumere tale posizione, si lascia scendere l’esca con la corrente facendo leggermente dragare l’insetto.

Per la ferrata, vale quanto appena detto, con l’avvertenza di anticipare leggermente i tempi se l’esca è a più di qualche metro di distanza per ovvie ragioni di messa in tensione del filo.
Attuate tutte le cautele, le catture non mancheranno.

Se avete trovato un torrente buono, non sfruttatelo eccessivamente: una fario di sei centimetri impiega due anni a raggiungere i venti!

Limitatevi a catturare qualche esemplare, giusto quanto serve per una cenetta prelibata, altrimenti, in qualche anno, il corso d’acqua si impoverisce e non vi divertirete più.
Le trotelle più piccole sono ottime fritte.
Si degustano volentieri anche cucinate ai ferri, guarnendole con foglioline di timo e bacche di ginepro colte sul posto; in pianura si può usare rosmarino e buccia di limone.
Quelle di media taglia possono essere lessate in acqua e sale aggiungendo qualche aroma secondo i gusti personali: si serve con un giro d’olio e maionese.
Le più grandi sono molto buone cucinate al forno sotto sale.

Questo pezzo è stato scritto nel mese di marzo 2009 ed è stato pubblicato nella "Rivista quadrimestrale di pesca natura ed ecologia": "Il pescatore trentino, anno 32, n. 3/2009, pag. 14 e seguenti".

Domenico, 22 dicembre 2009

Nota 1
Nome latino: Salmo trutta fario (Linnaeus 1758),
Famiglia: Salmonidae,
Ordine: Salmoniformes,
Nome inglese: Brown trout,
Morfologia: forma del corpo allungata e leggermente compressa lateralmente; testa robsta e bocca terminale grande munita di forti denti; colorazione molto variabile, dorso da bruno scuro in molti soggetti a quasi argenteo in altri, tipica tuttavia la presenza di piccole macchie nere, rosse e marrone o di altra sfumatura sui fianchi e sulla testa.
Taglia: 30-35 cm, sino ad un massimo di 50 cm in ambienti con una buona produttività.
Distribuzione: nelle acque correnti di molte regioni italiane. E’ difficile dire quali popolazioni siano indigene e quali derivino da immissioni di materiale d’allevamento.
Habitat: acque a corrente molto rapida, fresche, limpide e ben ossigenate con fondale roccioso, sassoso o ghiaioso.
Alimentazione: invertebrati acquatici e terrestri, altri pesci.
Riproduzione: depone nel tardo autunno o all’inizio dell’inverno un numero modesto (1.500-2.000 per Kg di femmina) di grosse uova (4-6 mm). La schiusa con una temperatura ambientale di 10 °C ha luogo in 41 giorni. La maturità sessuale è raggiunta in un periodo variabile da 3 a 5 anni.
Valore economico: molto elevato.
Origine del nome: il nome di fario deriva dal tedesco “forelle”.

Nota 2
In questi casi colgo l’occasione per pescare a mosca, con la coda di topo, usando una canna di 5 piedi, per coda del numero 2, che mi sono fatto costruire appositamente per pescare nei rii e nelle piccole risorgive del piano, di solito fortemente infiascati e poco praticabili.
Questa tecnica di pesca non rientra nel tema di questo articolo e meriterebbe una descrizione specifica, che spero di poter fare in un successivo articolo.

Presentazione

Il mio nome è Domenico Feriani: sono un anziano (classe 1938) ingegnere civile - edile in pensione e vivo a Padova.
Sono portatore di pacemaker,  ma le gambe sono ancora abbastanza buone e mi consentono di fare le cose che più mi piacciono: camminare in montagna, cercar funghi, andare a caccia e a pesca.


Queste attività mi aiutano a tenermi in buona forma, a vivere serenamente e a ricavare tante soddisfazioni e momenti di vera gioia.


Esercito le mie passioni senza fanatismo, senza il complesso della cattura e del carniere. Mi limito a "prelievi" ragionevoli; quanto basta per qualche cenetta, in casa, con parenti ed amici.


Purtroppo dormo poco; per questo mi resta molto tempo di notte o il mattino presto. Allora ho cominciato ad occuparlo anche scrivendo: diario, cronaca, impressioni, ricordi, ma anche note tecniche, filastrocche....
Ho pensato di divulgare qualche pezzo per condividere un pò di vita vissuta con qualche altro anziano e...vedere che cosa può succedere!


Non sono molto abile con il PC, ma mio nipote Alberto mi ha impostato questo Blog, che ho voluto intitolare BLOC NOTES, a significare che non sono in grado di sviluppare grandi cose, ma che mi limiterò a "note", appunti sui temi che, per ora, riempiono le mie giornate. 

Domenico, 22 dicembre 2009.